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RIFIUTI ZERO È SOLO IPOCRITA UTOPIA

ADRIANO BENIGNI E VALTER NOVELLA ALTISSIMI DIRIGENTI DEL PARTITO UNIONE CATTOLICA RIVENDICANO CON ENORME DISAPPUNTO:

POLITICHE ECONOMICHE CIRCOLARI: QUELLA GIALLOROSSA DEI “RIFIUTI ZERO” È SOLO IPOCRITA UTOPIA CHE VANIFICA LO STESSO RICICLO SE A QUESTO NON SI ABBINANO IMPIANTI DI ULTIMISSIMA GENERAZIONE PER VALORIZZARE ENERGETICAMENTE I RESIDUI PLASTICI.

L’EMERGENZA AMBIENTALE, CON GLI OTTO MILIONI DI TONNELLATE DI PLASTICA CHE OGNI ANNO SOFFOCANO GLI ECOSISTEMI ACQUATICI E I TERRENI, UCCIDENDO LA BIODIVERSITÀ’ ALIMENTANDO LE ECOMAFIE E PROVOCANDO TERRIBILI MALATTIE FRA LE POPOLAZIONI PIU’ DEBOLI E INDIFESE, E’ PRIORITARIA NELLA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA CATTOLICA, E NOI LA AFFRONTEREMO METTENDO LE MIGLIORI TECNOLOGIE AL SERVIZIO DELLA PIENA APPLICAZIONE DELL’ECOLOGIA INTEGRALE PREVISTA DALL’ENCICLICA “LAUDATO SI’” DI PAPA FRANCESCO”.

Rifiuti Zero? Con la dottrina giallo rossa di “zero” rischia di esserci, solamente e nuovamente, la crescita della nostra economia, come sempre di più emerge da una attenta lettura di ciascuno dei 29 punti alla base della nascita del Conte bis, governo protagonista di una sorta di transumanza dal populismo sovranista a quello pauperistica (affidato al colore giallo grillino) e fiscalista (affidato al colore rosso pidino).

Un pauperismo spaventoso e retrogrado, che porta le lancette del tempo indietro di decenni traducendosi in un approccio “bucolico”, medievale e pseudo fiabesco alle scelte politiche da compiere sia sui capitoli infrastrutturali, sia su quelli ecologici e ambientali. Entrambi fanno registrare, nel documento programmatico di Pd e 5 stelle, delle spericolate e avventuriste andature “a gambero” che, se davvero e tragicamente fosse attuata una benché minima frazione di quanto lì dentro si trova scritto, provocherebbero una gigantesca emorragia e fuga di brevetti, tecnologie innovative e professionalità, in due parole: di investimenti strategici che per il nostro Paese sarebbe poi impossibile recuperare anche solo in piccolissima parte.

Sul tema delle infrastrutture ci siamo già reiterate volte soffermati, ma ci pare il caso di ripeterlo: senza collegamenti ad alta velocità, siamo condannati alla decrescita industriale e commerciale al confronto con l’Europa e con il resto del Mondo, e certamente non rappresenta per noi un bel segnale il fatto che il neo ministro degli Esteri Di Maio, non pago della recessione manifatturiera in cui ha precipitato l’economia nazionale negli ultimi 14 mesi – con effetti ultra drammatici nel Sud – abbia deciso di continuare a essere il “facente funzioni” del dicastero dello Sviluppo economico e di far convergere per la seconda volta consecutiva su di sé funzioni amministrative, risorse e personale nei settori dell’Internazionalizzazione che vorrebbe portare in toto alla Farnesina, adesso suo nuovo interregno.

Forse il pauperistica Di Maio non è a conoscenza della circostanza che i ritardi accumulati nei piani di modernizzazione di ferrovie, autostrade, aeroporti, porti e gallerie non aiutano le relazioni estere dell’Italia e in più fanno pagare alle nostre imprese piccole, medie e pure a quelle più grandi una “sovrattassa” di quasi 80 miliardi di euro all’anno in termini di mancate esportazioni: in pratica, è come se le aziende Italiane nel loro insieme versassero i primi 80 miliardi annui di imposte e tasse a uno Stato che poi non le mette in condizione di andare in pari, non le aiuta a uscire dall’isolamento fisico e commerciale e le sottopone, in conclusione, a perdite di fatturato per un totale quasi equivalente al loro esborso fiscale.

Cosicché, fra tasse che non scendono ed export che non sale, il governo costa al sistema nazionale delle imprese all’incirca 160 miliardi di euro ogni anno.

Più che un’economia circolare, quanto si prospetta dal programma su infrastrutture e ambiente è preparatorio a un circolo vizioso, dove il concetto di “realizzare opere veramente utili ai cittadini” appare vacuo e del tutto indefinito e astratto, e più che altro si configura come una scusante per lunghe ed estenuanti valutazioni di costi e di benefici per negare l’evidenza e la necessità, urgente e vitale, di pronunciare dei “Sì”.

Come quelli che occorre dire, a voce alta e senza indugio, a quelle tecnologie di ultimissima generazione che costituiscono esse stesse delle infrastrutture in quanto al servizio di interi

territori e comunità che, con la loro messa a punto e in opera, vengono liberate da rischi inquinanti e sanitari sempre più alti e insidiosi. Parliamo, per esempio, degli impianti complessi, ampiamente testati e validati con moltissime prove scientifiche e pratiche, per la valorizzazione energetica dei rifiuti plastici.

Su questo punto, il programma giallorosso rasenta l’ipocrita utopia al pari di quella che vuole a ogni costo negare l’utilità dei collegamenti strategici: immaginare un settore del riciclo senza il benché minimo abbinamento a soluzioni tecnologiche per l’incenerimento sicuro e il recupero energetico dei detriti plastici non altrimenti recuperabili, è esattamente come pretendere che la nostra industria automobilistica, ferroviaria e componentistica possa rilanciarsi senza autostrade né ferrovie veloci. Proprio come si è preteso di fare qui da noi, salvo poi stupirsi della crescente delocalizzazione legale e produttiva di tutti questi comparti trainanti e ad altissimo valore aggiunto di tecnologia avanzata e occupazione qualificata.

Allo stato attuale, ogni anno otto milioni di tonnellate di plastica soffocano oceani, mari, corsi d’acqua e terreni fertili, mettendo a rischio la stabilità climatica, la salute umana e quella di 100.000 specie viventi. “Non possiamo permettere che i mari e gli oceani si riempiano di distese inerti di plastica galleggiante. Anche per questa emergenza siamo chiamati a impegnarci, con mentalità attiva, pregando come se tutto dipendesse dalla Provvidenza Divina e operando come se tutto dipendesse da noi”: a scriverlo, con la massima autorevolezza, è proprio Sua Santità Papa Francesco nella lettera datata primo settembre 2018 e indirizzata alle Celebrazioni della Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato.

A un anno da tale solenne missiva, e addirittura a quattro anni dalla promulgazione dell’Enciclica Sociale “Laudato Si, nella quale le sfide della Sussidiarietà pubblica e privata e le crescenti diseguaglianze fra individui e fra Popoli vengono affrontate sottolineando la necessità di realizzare un’ECOLOGIA INTEGRALE e una difesa dell’Ambiente come “Creato di Dio” contro lo sfruttamento infinito delle risorse naturali a partire dall’acqua, il monito del Santo Padre Bergoglio resta di epocale attualità e impone – come scrive la Conferenza Episcopale Italiana nel recente messaggio di questo mese di settembre – che l’attenzione ai più poveri si realizzi attraverso la tutela della Biodiversità “la cui perdita è una delle espressioni più gravi della crisi socio-ambientali. E anche il nostro Paese, l’Italia, è esposto a essa con dinamiche che interessano sia il mondo vegetale che il mondo animale, depotenziando la bellezza e la sostenibilità delle nostre terre e rendendole meno vivibili”.

Immaginare un sistema di riciclo fine a se stesso e privato, per legge, di un complementare sistema di valorizzazione energetica dei rifiuti non riciclabili, significa continuare a intasare le discariche e far sì che i due terzi dei detriti che potrebbero essere trasformati in energia aggiuntiva, economica pulita e sicura, allora sì prodotta davvero in modo circolare, al servizio di famiglie e imprese italiane, rappresentino un costo sociale e ambientale netto per tutti e per ciascuno di noi, e al contrario una possibile fonte di ricchezza per quelle Nazioni dotatesi degli impianti tecnologici funzionali.

Per questo motivo, nel nostro libro CATTOLICI UNITI PER BENEDIRE UN’ITALIA NUOVA, ampio spazio dedichiamo alla politica dell’Ambiente e dei Rifiuti intesa come inseparabile e integrata in ogni altra politica Industriale, Energetica, Rurale, Turistica e Sociale dell’Italia. Perché il “rifiuto zero” sarà possibile solo se “zero” saranno i preconcetti verso soluzioni impiantistiche oramai ineludibili, altrimenti l’unica alternativa sarà avere lo “zero” a fianco della crescita economica, e un segno “più” solo in discarica, sul letto dei fiumi, nei terreni fertili e nei bilanci delle ecomafie e agro mafie.

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